La processione di Venere, Venera, santa Veneranda

4 maggio 2017   S.Silvano

La processione di santa Venere fu soppressa circa 40 anni fa dall’allora Parroco del Duomo, il Primicerio don Gaetano Rossano, figura eccelsa di sacerdote, uomo di vasta cultura, di fede profonda e di solida dottrina teologica.

La decisione non fu facile. Da una parte la comodità del “laissez-faire”, dall’altra la responsabilità del pastore chiamato a guidare il suo popolo.

La scelta fu il frutto di un’analisi e di una riflessione scrupolosa del problema. Come spesso accadeva, don Gaetano, volle discuterne anche con me.

Il Primicerio Rossano, pur convinto che solo la Liturgia è “fonte e culmine della vita della Chiesa”, riconosceva che nella vita spirituale dei fedeli vi è tutta una serie di devozioni, riti, orazioni, private o comunitarie, in cui il popolo, soprattutto quello più semplice, si esprime e più facilmente si ritrova.

Mi spiegava: la “pietà popolare” è una ricchezza, una “scuola di fede” . La Chiesa, da una parte, deve “evangelizzarla”; dall’altra, deve evitare il rischio che essa possa allontanare la fede dalla vita. Questo avviene quando gli elementi “sensibili” e “visibili” attraverso cui la pietà popolare si esprime, assumono un valore intrinseco, perdendo, così, la funzione di atti “simbolici” di verità più profonde.

Baciare l’immagine del Crocefisso se significa la volontà di voler avere a che fare con il dolore del Xto, è un esempio di “pietà popolare”, altrimenti diventa feticismo e superstizione.

Da un punto di vista religioso i Santi sono modelli, esempi da imitare, stimolo a vivere il Vangelo. Partecipare ad una processione di un Santo ( processioni che sono nate e sviluppate solo nel periodo barocco) se esprime la volontà di fare un cammino per vivere in Xto, facendo proprie le virtù del santo che si porta in processione , è “pietà popolare “ , ma se ci si ferma solo al fatto esteriore, è mera rappresentazione scenografica; è emozione ed esteriorità; è folklore.

In questo caso, la processione non ha alcuna valenza dal punto di vista religioso.

Tornando al caso di Santa Venere, è opportuno precisare che trattasi di una santa di cui poco o nulla si sa. Non credo che siano tantissimi i marcianisani che l’abbiano mai invocata in loro aiuto. Unico miracolo tramandato: invocata, libera un giovane da forti dolori di testa.

Per alcuni è la sorella di san Michele, per tutti gli altri ne è la moglie o la fidanzata. Per un certo periodo dell’anno i due si dividono: “o nnammurato” nel Duomo, “a nnammurata” nella chiesetta sui Lagni. L’8 maggio, festa di San Michele, “o nnammurato” va a riprendere “a nnammurata” a San Giuliano e la riporta nel Duomo.

Abbastanza difficile cogliere in tutto questo elementi di religiosità; arduo definire stimoli “evangelici”.

Sulla base di queste riflessioni nacque la decisione di sopprimere la processione.

Oggi, dopo decenni, è cambiato qualcosa? E’ cresciuta la devozione per santa Venere? E’ sentita modello da imitare?  Taumaturga da invocare ?  Oppure è una festa ? una sana festa contadina in una campagna amica, prodiga di serenità e di doni, così come ben rappresentata (se ricordo bene) da una poesia di Nicola Erboso e da altri storici locali !

E’ possibile “evangelizzare” questa tradizione? Pare proprio di no.

E, allora, credo che permangono tutte le motivazioni che portarono alla soppressione della processione religiosa.

Voglio con questo liquidare il problema ? Assolutamente no.

Se la questione non ha alcuna valenza religiosa, ne ha una grandissima dal punto di vista sociologico ed antropologico. Ci troviamo dinanzi ad una delle tradizione popolari più importanti della nostra città. In essa, in filigrana, è possibile leggere non solo la storia della nostra comunità, i popoli e le culture con cui siamo venuti in contatto, i sincretismi che ne sono derivati ma soprattutto la cultura di un mondo contadino, le sue fatiche, le sue speranze, le sue preoccupazioni, i suoi valori, la sua profonda religiosità ( non religione !).

Questa tradizione va salvaguardata. Sacrosanta, quindi, la richiesta di alcuni cittadini di recuperarla ; doveroso raccoglierla , ma non per trasformarla acriticamente in un’“ordinanza”, in una “grida”.

La richiesta va accolta ma “interpretata” e tradotta in iniziative che ricordino il passato ma costruiscano il futuro. La tradizione è feconda e vivificante ma solo se liberata da confusioni e sincretismi . Il passato è parte di noi, ma solo nella misura in cui serve a “identificarci” e a darci gli stimoli per indirizzare il futuro.

Ci sono a Marcianise competenze ed intelligenze per definire tutto questo in un programma di iniziative concrete.

Bisogna discutere con serenità e spirito costruttivo e con il contributo di tutti. Un problema come questo non può essere occasione per ulteriori divisioni, per seminare zizzania e per l’emergere di rancori sopiti e malcelate antipatie.

Marcianise 4 maggio

Piero Squeglia