Il mio ricordo del parroco Rossano

Tempo fa è apparsa su FB una biografia di don Gaetano Rossano. Al fine di approfondire meglio la figura e l’opera del “parroco del Duomo” mi permetto di aggiungere poche note, frutto di esperienza personale.

Sono cresciuto con don Rossano all’ombra del campanile. Adolescente (Fiamma bianca, verde, rossa) chiamato dalla sign.na Eleonora … ( mi sfugge il cognome; abitava proprio di fronte al Duomo ) a recitare la poesia di auguri al parroco nel giorno del suo onomastico, fino a diventarne interlocutore assiduo e preferito.

Con don Gaetano ho trascorso tutta la mia giovinezza con esperienze bellissime: l’Azione Cattolica (la Pier Giorgio Frassati era l’associazione di AC la più importante dell’intera Diocesi), la FUCI, la stagione esaltante del pre-Concilio e del Concilio con  le appassionate ed interminabili discussioni. Non mancavano momenti di relax (tradizionali pranzi a due; qualche volta a tre , in qualche noto ristorante sul mare).

Un ventennio fatto di frequentazione assidua, discussioni interminabili, e di condivisione profonda; per me, un ventennio di maturazione e di crescita.

Per anni, ogni sera, dopo le orazioni serali in chiesa, lo accompagnavo fino alla chiesetta della Madonna delle Grazie, all’imbocco della via omonima. Qui era lui che mi diceva di tornare indietro.

Era il mio parroco e il mio riferimento: mi appagava la sua personalità e la sua cultura, la sua profonda pietà cristiana, la sua modernità e la sua libertà intellettuale Con lui potevo discutere di tutto , avventurarmi fino…… all’eresia. Lui sempre pronto a seguire il ragionamento e a portarmi con argomentazioni sulla….retta via. Mai il ricorso alla chiusura dommatica.

Una caratteristica di don Gaetano era che quando gli andavamo a proporre qualche iniziativa (e noi ne sfornavamo tutti i giorni) lui si mostrava freddo e distaccato.

A distanza di anni ho capito che era solo un modo per misurare la nostra convinzione. Infatti, una volta partiti, mostrava tutto il suo interessamento e il suo entusiasmo. Alla fine, era lui che ci spingeva e ci sollecitava.

Sempre disponibile verso tutti. Il suo stile di vita sobrio, riservato, ricco di empatia, quanto austero e rigoroso lo rendeva credibile agli occhi dei fedeli. Aveva una grande capacità di ascoltare e quando esortava al cambiamento lo faceva con garbo e umana comprensione e non con rimproveri astiosi e scostanti.

Anche lui, credo, fosse contento di me: ero il ragazzo che, sotto la sua guida, era diventato Presidente diocesano dell’AC e, successivamente aveva continuato il suo impegno nel sociale e nella politica. Molto contento certamente lo fu quando, all’ipotesi che fosse il vescovo a celebrare il nostro matrimonio, io e mia moglie volemmo, invece, che fosse lui, il nostro parroco, a farlo.

Don Rossano è stato un grande sacerdote, uomo di Dio, pastore di anime.

Certo ha ricoperto, e in giovane età, cariche ecclesiastiche: vicario-parroco, Parroco, Canonico, Primicerio, Monsignore, ma di queste cariche non si parlava mai.

Solo indirettamente noi che stavamo vicino a lui venivamo a sapere delle cariche che riceveva.

Don Rossano era contrario a qualsiasi esteriorità e formalismo. Non inseguiva titoli onorifici.

Le cariche per lui erano servizi da svolgere.

Certamente dal 1965 al 2005 rappresentò la prima autorità religiosa della Città, ma la sua autorità non derivava dalle cariche che ricopriva ma dall’autorevolezza della sua persona, dai suoi comportamenti , dal suo stile di vita. Sicuramente era di una levatura superiore. Se avesse cercato le cariche, considerato il suo valore e la sua dottrina, sarebbe stato sicuramente chiamato a dirigere qualche diocesi, da Vescovo.

Don Gaetano era un pastore autentico e una guida attenta e premurosa. Si imponeva per il suo stile di vita semplice ed essenziale. La parrocchia non era un ufficio in cui si rilasciavano previo pagamento di ….“diritti di segreteria” certificati vari e lui non ne era un “impiegato”. Per il suo ministero per sé non domandava nulla che andasse oltre il reale bisogno e secondo la volontà e la possibilità dei fedeli .

Don Gaetano ha fatto per il Duomo tantissime opere di restauro e , ristrutturazione e di abbellimento Alcune sono state ricordate. Mi permetto di aggiungere la Porta di bronzo dell’artista D’Anna.  (Solo una sterile contestazione di alcune persone e l’ignavia della Sovrintendenza gli tolsero il piacere di poterla montare subito), ma non sono i lavori eseguiti a farne un grande Parroco quanto piuttosto la sua azione pastorale, il suo esempio e il suo stile di vita . La sua azione pastorale imperniata soprattutto su un’attività liturgica sobria ed essenziale quanto profonda ed incisiva; la Schola cantorum ;  la catechesi in preparazione ai sacramenti dell’iniziazione cristiana: battesimo, riconciliazione, confermazione, prima comunione ; i corsi di preparazione al matrimonio: la pastorale dei bambini e dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani con attività organizzate rispettivamente  dall’ACR e dall’Azione Cattolica dei giovani; la formazione degli Universitari, la FUCI,  la formazione permanente degli adulti ( Circolo Culturale Cattolico); la pastorale dello sport e del tempo libero; l’attenzione pastorale ai malati e ai morenti ; le attività caritatevoli ; la benedizione delle famiglie, tramite la quale il parroco aveva la possibilità di conoscere capillarmente i suoi parrocchiani ( Come se ne sente la mancanza !! E come sarebbe bello se ne venisse ripresa la tradizione !!!).  

Don Gaetano Rossano è stato una figura eccelsa di sacerdote, un uomo di vasta cultura, di fede profonda e di solida dottrina teologica.

Nella soprarichiamata biografia, pubblicata su facebook, don Gaetano viene presentato come  “geloso custode delle tradizioni religiose locali legate alle storiche processioni che partono dal Duomo…” Ritengo, per esperienza vissuta, che questa annotazione  sia fuorviante e finisca con lo sminuire notevolmente lo spessore della figura del parroco. Don Rossano, è stato un grande sacerdote, colto, chiamato alla cura delle anime non un cultore di storia locale. Non è stato un curato di campagna ma un intellettuale pastore colto e raffinato.

Sì, voleva le processioni ma fino a quando esse erano strumenti di edificazione, espressione di autentica pietà e religiosità popolare. Ci spiegava che le processioni dovevano essere un’ autentica manifestazione di fede, perché simboleggiano la condizione della Chiesa  peregrinante  , in cammino verso la Mensa eucaristica. E la processione,infatti, deve trovare il suo atto finale, in Chiesa, davanti all’altare, per le preghiere finali di lode e di ringraziamento. Insomma un cammino compiuto insieme nella preghiera e nella solidarietà[2].   avendo a meta la centralità del Cristo.

Per questo, per lui vera processione era quella del Corpus Domini. Per questo volle che ogni 5 anni si svolgesse la processione del Santissimo Crocifisso. Due processioni profondamente sentite dal popolo: si snodano per le vie cittadine tra due ali di folla silenziosa, compita e raccolta e si concludono in una  Chiesa gremita e orante attorno all’altare. Erano queste le processioni che don Gaetano voleva e curava nei dettagli. Le altre per un certo periodo le ha tollerate, poi, a seguito soprattutto del Vaticano II, avvertì sempre più che esse erano diventate mero spettacolo e parata puramente folcloristica, svuotate di qualsiasi sentimento religioso. Tale per esempio la processione di san Michele e santa Veneranda, la processione del “fratello che incontra la sorella” o “ del fidanzato che incontra la fidanzata”. Questa processione, importante dal punto di vista delle tradizioni e della cultura popolare locale, importante nel rafforzare l’identità degli abitanti, non aveva nulla di religioso. Priva di qualsiasi tensione religiosa, era avvertita come un puro spettacolo folkloristico, testimonianza del mondo e della cultura del passato. Quando si svolgeva, avveniva tra poche persone in strada, distratte, curiose solo nel guardare le autorità che, impettite, sfilavano in corteo. Arrivati in Chiesa, dove ci sarebbe dovuto stare l’atto finale del cammino, nessuno vi entrava e la processione si scioglieva lungo la strada e, definitivamente, sul sagrato.

La modernità di don Gaetano Don Gaetano ha svolto la su attività pastorale in uno dei periodi più delicati della vita sociale e della vita ecclesiale. Sono gli anni in cui in tutto il mondo si respira un’aria di cambiamento, di palingenesi. Sono gli anni della contestazione giovanile.

In tutto il mondo  i giovani  esprimono il loro rifiuto radicale del modello sociale “neocapitalistico” ; il loro rifiuto del  formalismo della società adulta colpevole di voler imporre modelli di comportamento e valori formali e farisaici; il rifiuto dell’autoritarismo e di ogni istituzione che si fondi sui principi di autorità  fondata su un ordine gerarchico (famiglia, scuola, burocrazia, partiti tradizionali, la Chiesa).

Questo spirito e questi fermenti penetrarono anche nella Xsa . Questi fermenti e questa voglia di cambiamento erano avvertiti e vissuti  soprattutto nei movimenti giovanili dell’Azione cattolica, la GIAC, la FUCI.

Nel mondo giovanile sempre maggiore diffusione avevano le opere di Mazzolari, La Pira, Lazzati, don Milani.  Si seguivano con interesse le vicende legate all’esperienza della Comunità dell’Isolotto di don Enzo Mazzi. Si leggevano riviste come “Testimonianze” di padre Ernesto Balducci (ricordo che, militare a Caserta, il cappellano avendomi trovato a leggerla mi minacciò di farmi trasferire se avessi continuato a leggere quegli “eretici”)

Si leggevano gli scritti di teologi come Congar, Hans Kung, Karl Rahner, che in qualità di periti , svolsero un’importante azione di stimolo all’interno del Concilio.

Soprattutto tra i giovani c’era l’insofferenza per una Chiesa  “costantiniana”; eccessivamente gerarchizzata con una struttura piramidale, monarchica, dove i preti erano una specie di  “super-cristiani”; e i laici,  fedeli ossequienti, non avevano alcun “ruolo“ nella comunità ecclesiale.C’era l’insofferenza per un’azione liturgica, dove il sacerdote, protagonista assoluto, celebrava in latino con le spalle all’assemblea. E l’assemblea assisteva muta, passiva, ignara di quanto accadeva sull’altare salvo rispondere con un Amen alle preghiere che il sacerdote rivolgeva a un Dio, con il quale lui soltanto sembrava essere in confidenza.

Il Concilio dette risposte a tutti questi fermenti e definì una Xsa con un volto completamente nuovo. –

La Xsa, non una società di burocrati ma popolo di Dio

I laici membri riconosciuti membri attivi della Xsa , l’essere anche loro sacerdoti attraverso il battesimo. Non più preti cristiani-super,  e i laici, gregge da istruire – ma entrambi sacerdoti con ruoli e funzioni diverse.                                                        

La liturgia non è un entrare nel recinto del sacro, dove solo degli addetti possono entrare e mettersi in contatto con Dio ma servizio di tutti i battezzati “culto divino, annuncio del Vangelo, carità in azione “

 In particolare per la Messa ci fu una rivoluzione totale. Non più il prete che parla con Dio e i fedeli che recitano per conto proprio il Rosario                  In campo non c’è solo il prete, ma l’Assemblea di tutti i cristiani, dei battezzati ognuno con i suoi ruoli .  

Una rivoluzione, una novità totale con frequenti smarrimenti. Chi non ricorda il passaggio,  non può capire.          Il Vaticano II rappresenta un vero spartiacque nella via della Chiesa. E’ tutto un mondo che cambia e non sono solo cambiamenti formali.   Si richiede a tutti soprattutto alle persone mature ed anziane di abbandonare tutto un vecchio armamentario culturale ed acquisire una nuova mentalità.

Nelle parrocchie ben presto si ebbe una separazione tra chi era entusiasta delle novità (soprattutto i giovani) e chi trovava difficoltà a recepire il nuovo ( soprattutto il clero e, in modo particolare, specialmente quello più anziano) o addirittura si opponeva.

Da presidente diocesano dell’AC avevo modo all’epoca di conoscere quasi tutte le realtà parrocchiali della Diocesi.       Dovunque c’erano problemi.

Non era il caso del Duomo di Marcianise.

Don Gaetano era eccezionale. Don Gaetano: il prete riservato, schivo, timido, appartato, ritirato a cui non piaceva mettersi in mostra ed ostentare, era di un’apertura mentale incredibile. Aveva vissuto con noi i lavori conciliari. Ne avevamo seguito il percorso; le improvvise accelerazioni e qualche brusca frenata. Il primicerio ci aveva aiutato ad assimilarne lo spirito e le motivazioni profonde.

Immediatamente e senza traumi si applicarono in parrocchia tutte le novità liturgiche.  

Ben presto la nostra parrocchia, in questo campo, diventò un punto di riferimento nell’intera Diocesi.

Don Rossano con discrezione ed umiltà,  ha segnato la vita spirituale della parrocchia e, per molti di noi,  è stata guida feconda lungo il cammino della crescita umana, sociale e spirituale.

In tutto questo mi porto dentro un rammarico: quello di non averlo, per motivi di lavoro, frequentato molto negli ultimi anni della sua vita. Certamente ho perso molto.

Piero Squeglia

Al mio giovane amico, intorno ai monopattini

Mio caro giovane amico, voglio ritornare sul commento da te fatto sull’annunciato uso dei monopattini da parte dell’Amministrazione.
L’occasione è utile per riflettere e trarre delle indicazioni e dei principi che possono aiutarci a vivere in maniera sempre più consapevole e matura la nostra esperienza politica.

In primo luogo mi è piaciuto il tono ed il garbo con cui hai posto la questione.
È così che si fa. Infatti quando si discute solo chi non sa argomentare si mette a gridare , a fare polemica astiosa e di tipo personale.
Allora, un principio da applicare è che la politica è confronto sulle idee non lotta personale.
Questo, naturalmente, non esclude che il confronto possa essere duro e diventare scontro ma sempre sulle idee mai sulle persone.

In secondo luogo hai buttato giù non un giudizio di pancia e prevenuto ma hai fatto un’analisi, hai fatto un ragionamento (merce sempre più rara!) e solo da questo è scaturito, alla fine, il tuo parere.
Anche in questo caso hai applicato uno dei principi fondamentali della politica : LA POLITICA È ANALISI, INTELLIGENZA (=COMPRENSIONE ) DELLA REALTÀ ; CAPACITA’ DI GOVERNARNE I PROCESSI per arrivare ad una meta, (È il lavoro che fa il il “gubernator” di una nave: studia e prende atto delle condizioni del mare (maree, vento, correnti ecc,) le governa , le amministra, riesce a controllarle e, solo dopo, si dirige la nave verso il porto, verso la meta fissata.
Da qui il tuo ragionamento:
“Bene l’utilizzo dei monopattini per una mobilità sostenibile. Veramente una buona idea, ma….. ci sono concretamente le condizioni, sia pur minime per poterli utilizzare garantendo la sicurezza dei cittadini ?“
Qualsiasi decisione va sempre rapportata e commisurata alla realtà ed è dovere e responsabilità dell’amministratore, partire da questa premessa.
Quello che va bene a Fossombrone o a Domodossola può non andare bene a Marcianise (Infatti, diverso è lo stato pavimentazione stradale, diversa la presenza di buche e “trabocchetti”, diversa la presenza di spazi dedicati, diverso livello di disciplina e di educazione stradale.)
Mi chiedo “Poiché entra in gioco la sicurezza dei cittadini, l’assessore si fornirà di una relazione tecnica che consiglia o, almeno, non sconsiglia , stante le condizioni della città, la fornitura dei monopattini da parte del Comune?” All’enorme quantità di contenzioso tra i cittadini e l’amministrazione per le cosiddette buche e trabocchetti, potrebbero ( Dio non voglia ! ) aggiungersi situazioni molto più gravi con responsabilità anche penali molto serie.
Chi ha un poco di esperienza amministrativa sa a cosa mi riferisco.
Caro Marco, la politica è scienza, arte e tecnica: non si può suonare ad orecchio. !!!

In terzo luogo condivido l’affermazione “Ancora una volta l’amministrazione ha deciso di partire dall’alto verso il basso e non viceversa”.
Hai sottolineato un grave errore, un comportamento che separa la politica dalla non politica. L’altra volta dicemmo che la politica non è perseguimento“ di obiettivi personale ma “costruzione della città”. Chi pensa a se, va avanti da solo. Chi tenta di raggiungere un bene comune, ha bisogno di contributi, osservazioni, suggerimenti degli altri. Nessuno riesce a costruire una casa da solo.
Purtroppo, così come ti sottolineai nella precedente nota dei “Ragazzini nella fontana” , nella nostra Città la politica è assente .
Si esercita il potere ma non si fa politica.
Mi spiego meglio.
C’è una grossa differenza tra la politica il potere.
Rispetto ad un problema da risolvere , la politica è quel complesso processo per cui , partendo dal nostro mondo valoriale , esaminata la realtà, verificata la fattibilità in base alla situazione vigente ( leggi, norme, disponibilità economica ecc. ), individuiamo gli strumenti per risolvere i problemi della polis.
Il potere è la possibilità di utilizzare concretamente questi strumenti e di realizzarli.
Chiaramente le due cose camminano di pari passo e sono complementari.
La politica senza il potere è insufficiente.
Il potere senza la politica è rozzo pragmatismo senza valori.
Si fa tanto per fare, per far vedere ma non si costruisce.
A proposito, Marco, non so se condividi la mia impressione: finora l’operato dell’Amministrazione si poteva accettare o respingere, ma, bisogna riconoscere , aveva un suo spessore, una sua consistenza. Da un po’ di tempo a questa parte tutto si riduce in un trionfalismo fatto di panchine aggiustate, viali diserbati, strisce stradali ecc. Tutto bene,ma l’ordinario non può diventare straordinario !!!
Credo che non avvenga nemmeno nella frazione di Musicile !!

Marco, scusami, ti debbo lasciare . Ho un appuntamento sul Tibet e debbo rientrare.
Alla prossima, stammi bene

Al mio giovane amico Marco

Caro Marco, apprezzo il tuo interesse per la politica e lo sforzo di volerla vivere in modo critico e consapevole.

Voglio pure io discuterne con te per verificare se possiamo aiutarci reciprocamente a coglierne la natura e l’essenza.

“Politica” è un termine molto abusato.

Si ritiene che politica sia l’insieme delle furbizie, dei giochetti, il pettegolezzo, il posizionarsi e l’allearsi secondo la convenienza, l’accaparramento della clientela, la ricerca del consenso immediato solo per conseguire il potere .

Si confonde la politica con il potere ( …ne parleremo in seguito)

Platone diceva che chi non sa fare un paio di scarpe non si metterà mai a fare il calzolaio, così come chi non sa di medicina non curerà mai gli ammalati. In politica avviene il miracolo: oggi, tutti quelli che non sanno fare niente si ritengono all’altezza di amministrare, …di fare politica, di governare.

Dobbiamo cambiare !!|

Politica, polis, città

Secondo una famosa definizione, la politica è “l’arte della costruzione della città”.

“Costruire la città”, questo il fine della politica.

Città non solo nell’accezione urbanistica ma nell’accezione antropologica: un aggregato umano che sia non una somma indistinta di individui, ma  una comunità di cittadini-persone  di cui si riconosce la soggettività e la titolarità di diritti e di doveri.

Una città che garantisca . salvaguardi ed esalti la dignità di ogni singola persona.

Una città dove ogni cittadino, nessuno escluso, è ritenuto e rispettato come titolare di diritti e di doveri.

Una città che è tanto più progredita ed avanzata quanto più essa è capace di garantire ed esaltare la libertà e la dignità dei suoi cittadini.

Per adesso fermiamoci qua.  Procediamo un poco alla volta.

Marco, tu mi chiedi anche un giudizio sull’episodio dei ragazzini nella fontana in piazza Umberto I. Non mi sottraggo. Anzi, esaminiamo il problema alla luce di quello che abbiamo detto sopra.

Quello che è accaduto dimostra, ancora una volta, il fatto che, a Marcianise, la politica è assente, è latitante: c’è chi comanda ma non ci sta chi governa.     

L’episodio dei ragazzini è certamente grave e da stigmatizzare ma non ci si può fermare alla condanna dei ragazzi, dei loro genitori e di …quelli delle panchine .

La politica non denuncia i problemi, li risolve.

Dopo la solita esternazione, nulla è cambiato; i ragazzi continuano ad esser vandali, i genitori continuano ad essere incapaci, quelli seduti sulle panchine continuano ad essere indifferenti ed incuranti.

 Si è costruita la città ?

Assolutamente,no.

-La denuncia e il particolare risalto dato all’accaduto ha solo concorso a consolidare l’immagine dell’eroe che, nonostante tutto e tutti, porta avanti , la sua azione di moralizzazione e di civilizzazione.

-Altro effetto è stato quello di spaccare ancora di più la città : da una parte tifosi acclamanti, tutti cittadini probi, integerrimi, senza macchia, genitori veri e capaci;  dall’altra la “gentaglia”, ( come è stata definita da un tizio che per esprimersi così, sicuramente è un campione di virtù civiche e morali oltre che un genitore formatosi ai principi di Dewey,  Frobel, Gabelli, e Maria Montessori).

-Altro effetto è quello di avere, ancora una volta, raccontato all’Italia dei  social   di un sindaco eroe che cerca di raddrizzare  una città incivile, grezza, maleducata, incolta tanto da suscitare verso di essa sentimenti di meravigliato disprezzo da parte della colonia degli “stranieri” in uno al plauso unanime, al condottiere della palingenesi cittadina.

La politica avrebbe richiesto un’ampia, attenta e responsabile riflessione.

Che cosa fare per evitare il ripetersi di tali episodi? Come far crescere il senso civico? Come instillare amore per i nostri monumenti. ?

D’intensa con le agenzie educative (famiglia, scuole, parrocchie, associazioni culturali) è possibile elaborare e finanziare un percorso educativo idoneo? E’ possibile trasformare i ragazzi vandali in ragazzi custodi dei loro monumenti ?

La politica avrebbe dovuto anche cogliere l’occasione per una riflessione su un diritto rubato ai nostri ragazzi: quello della piscina comunale chiusa da tempo indeterminato. . Che fine ha fatto ? E’ possibile che abbiamo costruito una struttura e la teniamo abbandonata ?

Che cosa è più scandaloso: ragazzini che entrano in una fontana pubblica o amministratori inermi rispetto a una struttura  abbandonata ?

Non ci stanno i soldi ? Non sono questi quelli che mancano.

Se si riflettesse e si studiasse di più invece che fare i capo-cantonieri potremmo cogliere, ad esempio, le opportunità che offre il Super bonus per gli impianti sportivi. Studio e un pizzico di acume potrebbero fornire le condizioni per rientrare nei requisiti della legge.

Marco, dobbiamo fermarci qua. Quanto prima riprenderemo il dialogo.

Lettera aperta ad Anna Marchesiello

Gent.ma Anna pochi giorni fa, con umiltà e garbo, hai posto un importante tema di discussione rimasto senza risposta .

La polemica sterile ha avuto il sopravvento sulla riflessione costruttiva.

Hai chiesto : “Può un Presidente del Consiglio Comunale sostenere la posizione di 12 consiglieri di maggioranza? “.

 Anche se con ritardo vorrei tentare di dare il mio contributo.

Prima di andare nel merito ritengo,però, opportuno sottolineare alcuni punti.

Il Consiglio comunale, rappresenta il massimo organo istituzionale locale.   E’ l’organo in cui è riposta la volontà popolare.

Laddove il Sindaco è espressione della maggioranza dei cittadini ,  il Consiglio nel suo insieme rappresenta la totalità dei cittadini stessi.

Nel Consiglio vi è la città nella sua interezza !!!

C’è qualcosa di sacrale in tutto questo. (Ricordo che eravamo abituati ad andare in Consiglio vestiti di giacca e cravatta. Non era  formalità ma l’espressione del doveroso rispetto dovuto a un’Assemblea sovrana.)

Se il Consiglio è organo «sovrano» , si comprende, di conseguenza, anche quale sia il ruolo e l’importanza sul piano istituzionale di chi viene chiamato a presiedere questa Assemblea.

Nel Consiglio le idee, i bisogni e gli interessi della Città s’incontrano e si scontrano in una sana dialettica maggioranza/opposizione.

Lo Statuto e il Regolamento dettano le regole del gioco per garantire il gioco democratico e un perfetto funzionamento dell’Assemblea.

 Tocca al  Presidente del Consiglio il compito di farle rispettare ed assicurare .

La sua funzione è importante e particolarmente delicata:

– assicurare la tutela delle prerogative di tutti i consiglieri, garantendo l’effettivo esercizio delle loro funzioni

– impedire che la maggioranza prevarichi la minoranza

– evitare che la minoranza impedisca alla maggioranza di deliberare

– garantire il rispetto dei principi fondamentali della civiltà e della democrazia

Si comprende subito che il Presidente, nell’esercizio delle sue funzioni, è tenuto ad osservare un comportamento «neutrale», arbitrale.

Lo Statuto comunale, infatti, prevede  che il Presidente del Consiglio deve esercitare  l’incarico con “imparzialità, equilibrio ed indipendenza”. Rispetto alla maggioranza e all’opposizione, il Presidente rappresenta una figura “terza”.

La sua funzione “è strumentale non già all’attuazione dell’indirizzo politico della maggioranza di governo, bensì al corretto funzionamento dell’organo stesso”.

Sul piano squisitamente politico, non è cosa di poco conto perché se il Consiglio funziona e lavora con serietà sui problemi, tutto torna a vantaggio della Città !!!

A questo punto, però, è  necessaria una  precisazione !

Essere arbitro, essere figura terza non significa che il Presidente non possa e debba esprimere, il suo voto sugli atti amministrativi sottoposti all’approvazione del Consiglio.

Questo è un diritto/dovere che gli deriva dall’esser consigliere comunale.

Questo, però, vale per gli atti amministrativi; di certo questo non vale nel confronto/scontro politico, soprattutto quando esso assume toni forti e non sempre civili ed esaltanti.

Rispetto agli “scontri” il Presidente dovrebbe assumere un ruolo il più defilato possibile., una posizione di “super partes”.

La terzietà, l’equilibrio e l’indipendenza contribuiscono a dare autorevolezza alla carica.

Ed è l’autorevolezza che garantisce al presidente di essere riconosciuto e, quindi, di essere ascoltato da tutti!!

L’autorevolezza non è solo un problema di prestigio personale  ma è soprattutto è un vero e proprio servizio alla Città, che ha bisogno di una voce istituzionale capace di richiamare e di esortare, di ammonire e di stimolare.

Questo vale particolarmente in una Città che vive sull’orlo di un  precipizio morale e politico; dove  sono completamente saltate le regole del vivere civile e della democrazia .

In una Città dove la politica è diventata transazione di interessi personali, dove è assente il concetto di “bene comune” , dove il confronto tra partiti è ridotto ad un poco esaltante ed incivile scambio di accuse, di offese e di contumelie, dove la dignità delle persone è continuamente  ferita e calpestata.

Una città divisa e dilaniata, piena di veleni.  Dove i problemi veri dei cittadini sono i grandi assenti dal dibattito politico. Dove invece di parlare della piscina che non c’è , delle strade sconnesse,  delle strutture sportive assenti, del degrado urbanistico, della lentezza ed inefficienza dei servizi, si parla solo delle malefatte  e della moralità degli avversari.

In questa città è necessaria una voce che si alzi al di sopra delle parti e che abbia l’autorevolezza di richiamare tutti, nessuno escluso, ai propri doveri e alle proprie responsabilità. La Città ne ha bisogno assoluto !!

Un Presidente del Consiglio autorevole perché imparziale, può svolgere questo ruolo, può, se riconosciuto, levare alta la sua voce.

A questo punto, chiedendo scusa per la lunga digressione, torno alla tua domanda e chiarisco:

La Presidente del Consiglio non ha commesso alcuna illegalità  e il suo comportamento non è assolutamente censurabile dal punto di vista puramente amministrativo.

Purtroppo, però, palesando ingenuità e scarsa consapevolezza del ruolo e della funzione ricoperta , ha commesso un grave errore istituzionale.

Ha sottoscritto un inutile manifesto di parte, di risposta ad un manifesto che l’opposizione ben avrebbe fatto a risparmiarsi.

Ci auguriamo che l’opposizione ponga al centro della sua azione politica, il cittadino e i suoi problemi e voglia in futuro riservare i manifesti alla denuncia dei tanti problemi irrisolti, lasciando a chi ne ha la competenza l’esame e il giudizio su eventuali comportamenti illeciti  delle persone.

                                LA POLITICA FACCIA LA POLITICA

Con il suo comportamento la presidente ha messo seriamente in crisi la terzietà istituzionale  che il suo ruolo impone e, quindi, la sua autorevolezza.

Ha commesso un errore istituzionale ma, credo che lo abbia fatto inconsapevolmente.

Purtroppo oggi si arriva all’amministrazione senza la dovuta “gavetta”, senza un minimo di infarinatura politica. La critico ma non mi sento di condannarla. Il mio vuole essere un contributo affinché le cose vadano meglio. Se sono stato ben inteso, sono sicuro che rifletterà su quanto accaduto.

Se c’è qualcuno da condannare è chi, in possesso di pluriennale esperienza consiliare, di un vissuto e di un’educazione politica consolidata, invece di guidare , di consigliare e di aiutare  i più giovani, invece di cogliere l’occasione per una riflessione che aiuti a migliorare e a crescere politicamente, liquida tutta la questione con affermazioni ed osservazioni banali.

A margine delle amministrative

4 novembre 2020 San Carlo Borromeo

 

All’indomani delle recenti elezioni amministrative, a parte l’euforia (poco comprensibile nella sua scompostezza) dei vincitori e il senso di frustrazione (chiusa in se stessa, e, quindi, sterile e improduttiva) dei perdenti, non mi pare che ci sia stato un qualche tentativo di analisi del risultato. Non ho sentito di direttivi o assemblee chiamate a fare l’analisi del voto.

La cosiddetta classe politica locale fa come quel tale che sentendosi male, va dal medico, si fa prescrivere degli esami di laboratorio, fa il prelievo, ritira i risultati ma non li legge e non li analizza per cercare di capire cosa è che non va bene.

E, così, nessuna terapia viene attivata e, così, le sue condizioni di salute non migliorano e, così, purtroppo per lui, queste resteranno sempre le stesse.

Credo che i risultati del voto ci dicano alcune cose e ci pongano alcune domande .

1) L’affluenza ridotta ci dice della disaffezione dei cittadini.
Quale la causa ? Che fare ? Il problema della partecipazione popolare come momento di crescita comunitaria è un problema che interessa la classe politica?

2) Il sindaco sicuramente ha vinto (chapeau !) ma solo per una manciata di voti e, rispetto alla precedente elezione ha perso circa 5.000 voti. Cioè, 5000 persone gli hanno tolto la fiducia. Adesso, rappresenta l’intera città ma solo una metà di quelli che hanno votato (a loro volta quasi la metà degli aventi diritto al voto) lo hanno prescelto.
Dice qualche cosa questo dato? Servirà a condizionare e a indirizzare i comportamenti e gli atteggiamenti di tutti partendo dal sindaco stesso ?

3) I consensi ottenuti nel 2016 erano il frutto di un abile storytelling e di una raffinata applicazione dei principi di propaganda politica di Goebbles, mediati attraverso il grillismo (prima maniera) e il salvinismo attuale.
La facilità e l’abilità nello scrivere, ha permesso di costruire “in laboratorio” il personaggio dell’eroe onnicapace e inflessibile che combatte contro i nemici della città, incapaci, disonesti, corrotti e camorristi.

Rispetto a questa situazione, che tipo di opposizione dovrà essere fatta ?
Opposizione frontale fatta di attacchi personali e di denunce in attesa d’interventi esterni alla politica? Oppure un’opposizione squisitamente politica e non generica ma mirata e calibrata rispetto alle caratteristiche dell’avversario?

4)Il voto ci dice che, contrariamente alle elezioni del 2016, non è il candidato sindaco che ha trascinato dietro di sé le liste collegate. Al contrario.

Rispetto a questo dato, che atteggiamento assumeranno i consiglieri di maggioranza?
Gregge belante o amministratori leali e corretti ma capaci di rivendicare il proprio ruolo ed esigere il rispetto della propria dignità di persone e di eletti dal popolo ?

6) Gli assessori che sono stati nominati, certamente sono persone rispettabili e di primo ordine, ma sono consapevoli di non aver avuto un premio, o un giocattolo con cui trastullarsi, quanto piuttosto di essere stati caricati di una grande responsabilità di cui devono rendere conto ogni giorno?

Cosa faranno ? Ci sarà qualcuno capace di far capire due cose: la prima che Marcianise non è un paesino di montagna; la seconda (la più importante), che, in politica, la forma più alta di disonestà è l’incompetenza ?

7) La campagna elettorale pare che sia stata fatta solo per stabilire il sindaco e non, anche per il rinnovo del Consiglio comunale.
Perché ? Non è questo un pericoloso vulnus democratico ? Come si intende intervenire ? In particolare cosa si farà per recuperare e rivendicare l’importanza e la dignità del Consiglio comunale e dei singoli consiglieri ?

8) Il grande assente in questa campagna elettorale è stato il “pensiero”: nessuna idea, nessuna visione, nessun orizzonte, nessuna strategia per lo sviluppo della città; nessuna affermazione di principi e di valori.
Perché? Quale la causa? Quali le conseguenze? Questo stato di cose è utile per la città? Cui prodest? A chi giova?

9) Quelli che appartengono ad un partito politico, ritengono che oltre che utilizzare strumentalmente il simbolo o il logo,  debbono testimoniarne e raccontarne anche il pensiero e le idee?
Quelli che pensano di essere capi-partito, riusciranno a capire che il partito non è il pacchetto di tessere che detengono, ma un organismo democratico, luogo di discussione, aperto alla partecipazione e al confronto ?

10) Capiranno i più avveduti tra i cittadini che ognuno deve dare il proprio contributo giorno per giorno e non ci si può distrarre e interessarsi della cosa pubblica solo alla vigilia delle elezioni?

Ognuno deve fare la propria parte.

10 osservazioni con tanti interrogativi.

Mi aiutate ad analizzare meglio e a dare delle risposte ?

” Ius soli “

Condivido nella forma e nella sostanza e nei tempi e nei modi, la posizione di Zingaretti sullo “ius soli”, espressa a Bologna.

Basta con i tatticismi e con i rinvii. Basta con i calcoli. Basta con il “non è il momento opportuno”

E’ questo tatticismo esasperato, questo rinviare “per ragioni di opportunità”, che ha fatto perdere l’anima alle forze democratiche e progressiste del Paese facendole entrare in una zona grigia dove i contorni sfumano e i lineamenti si annullano.

Una zona incolore dove non c’è più identità. E le forze politiche che non hanno una sicura identità sono inutili, superflue e inaffidabili.

Quando di fronte ad un problema si nasconde la testa nella sabbia e non si assumono posizioni precise e chiare  non solo non si pigliano voti da chi è contrario, ma nemmeno da chi è favorevole.

Le “sardine” ci dimostrano che c’è un’Italia sana e democratica che va in cerca di qualcuno che la rappresenti ma trova difficoltà ad individuarla !!

La “spocchia” che da fastidio

A Marcianise, Il ritardo della “sinistra” rispetto alle prossime amministrative è gravissimo.

La destra non ha problemi. Da forza “conservatrice”, il suo programma sarà quello di “conservare” l’esistente, migliorandolo, in modo onesto e trasparente .    La destra non dice che vuole cambiare le cose, dice solo che le vuole amministrare bene e migliorarle.

Così non è per la sinistra .

La sinistra ha la presunzione e l’ambizione di essere “sinistra”, cioè una “forza progressista e riformista”, una forza che ambisce a cambiare, a riformare l’esistente,facendolo progredire nella direzione di un ampliamento degli spazi, di democrazia, di libertà e di giustizia sociale.

In un corretto rapporto con gli elettori, questo non può essere solo un’affermazione di principio. Deve tradursi in fatti, in azioni precise e concrete, cioè, in un programma politico-amministrativo. Bisogna dire cosa concretamente cosa s’intende, cosa significa “volontà di ampliare gli spazi di libertà , di democrazia e di giustizia sociale “

Se questo non avviene è più che giustificata l’accusa di essere solo “spocchiosi”                                                                                                                           Ed è la “spocchia” che rende fastidiosa la sinistra agli elettori .

Hanno torto ?

 

A margine dell’ultimo Consiglio comunale

Non mi sottraggo al dovere di esprimere un mio modesto parere politico sull’attuale situazione amministrativa con particolare riferimento a quanto accaduto nell’ultima seduta del Consiglio comunale.

Parto dalla saggezza antica: “Nessun vento è propizio al marinaio che non sa a quale porto approdare”.

Questo principio vale soprattutto in politica. L’azione politica per essere produttiva deve essere indirizzata a un traguardo, ad un “porto” e, lungo questo cammino, “governare “ la nave affrontando i venti contrari, le secche, le scogliere, le maree. Certe volte occorrerà deviare la rotta, tornare indietro, cambiare le vele ecc.   Questo perché nel raggiungimento di un traguardo bisogna fare i conti con la realtà oggettiva (non quella che immaginiamo) e, purtroppo, non sempre la via più corta è la più breve.

Qual è il porto cui si vuole approdare ?

– “Far cadere l’Amministrazione e….po’ se ne parla “      oppure

– “ L’attuale amministrazione deve andare via perché perniciosa per la Città. Noi siamo preparati a governarla; siamo e vogliamo essere un’alternativa eticamente e politicamente diversa”.

Diversa perché ad un amministrare finalizzato all’esaltazione dell’”io” vogliamo passare ad un’amministrazione del “noi” tesa al raggiungimento del “bene comune”.

Diversa perché alla Città del rancore, dell’ingiuria, della contumelia, della continua tensione, si vuole sostituire la Città della coesione, della pacificazione, del rispetto reciproco, della serenità e del sorriso nel rispetto rigoroso delle norme e delle leggi

Diversa perché al mondo intero vogliamo dire e dimostrare che Marcianise non è la Città dell’illegalità, del malaffare e della corruzione ma una Città sana e ricca di valori civili e sociali.

Diversa perché a una Città con sindaco scortato dalla polizia vogliamo sostituire una Città con un sindaco scortato dal popolo e dai suoi concittadini.

Fatta questa premessa, cerchiamo di analizzare e valutare il recente Consiglio comunale che, secondo le attese abbastanza diffuse, doveva portare alla defenestrazione del sindaco e che, invece, si è concluso con un nulla di fatto.

Per quanti avevano lavorato per “liberare la Città dal tiranno”, il risultato del Consiglio comunale è stato deludente.

Per quanto mi riguarda, ritengo questo un giudizio sommario e superficiale.

Penso, infatti, che il risultato, se pur non ottimale, sia stato abbastanza positivo, anzi (nessuno si scandalizzi !!) in qualche modo, è il migliore risultato che si poteva ottenere.

Cerco di spiegarmi.

E’ vero che, oggi, il sindaco sta perdendo sempre maggiori consensi presso la pubblica opinione ma, con tutti i poteri mediatici di cui dispone e che egli utilizza con grande abilità e spregiudicatezza, allo stato, se mandato a casa, avrebbe potuto ancora blaterare di essere vittima di una congiura e di essere “sotto attacco” da parte degli affaristi ecc. ecc con le puntuali veline inviate a colleghi della stampa, della radio e della televisione e, forse,……… anche la richiesta, oltre che della scorta, anche di una macchina blindata.

Siamo proprio certi che la pubblica opinione ( e non solo ) non sarebbe caduta ancora una volta nella rete di uno storytelling , una narrazione abile quanto cinica e spregiudicata ?

Credo che l’ultimo Consiglio comunale, invece, ci abbia consegnato un “re nudo”, un personaggio nella sua concretezza e realtà più vera; un personaggio che, pur di mantenere il potere è disposto a tutto, a rimangiarsi provvedimenti da lui stesso, fino al giorno prima, ritenuti fondamentali ed essenziali per lo sviluppo della Città. Professionisti fino al giorno prima ritenuti indispensabili per un “efficiente funzionamento della macchina amministrativa” e a cui fino alla sera precedente erano state date ampie assicurazioni sulla loro permanenza, vengono mandati via senza tanti scrupoli.

I fatti e non le narrazioni abilmente costruite, ci consegnano un personaggio che gioca con disinvoltura e senza tanti scrupoli sulle persone e sulla loro dignità. Sì, dignità perché se i consulenti sono stati mandati via si potrebbe, nella pubblica opinione, pensare che essi “non servivano” e che stavano sul Comune solo per “grazia ricevuta”. (Di, almeno, uno di essi, invece, sappiamo bene della professionalità, dell’intelligenza, dell’impegno e della competenza).

I fatti ci dimostrano di trovarci di fronte ad un amministratore che assume iniziative secondo la sua convenienza e il proprio tornaconto, incurante del bene della Città. Infatti, delle due l’una: o questi professionisti erano effettivamente indispensabili per il funzionamento della macchina comunale e, allora, perché mandarli via? Oppure, questi professionisti non erano funzionali e, allora, perché abbiamo speso finora migliaia e migliaia di euro per mantenerli ? Da qui non si scappa.

Il “re è nudo”. Bisogna continuare a denudarlo. Far venir fuori tutta l’incompetenza amministrativa, l’incapacità politica, l’autostima ipertrofica, il suo disprezzo per gli altri, la sua assoluta mancanza di freno e remora morale nel calunniare, nell’insinuare e nel denigrare.

L’opposizione, nell’evidenziarne la cattiveria di uomo, dovrà continuerà a fare un’opposizione “politica” vera, fondata su fatti, sulla denuncia dei problemi irrisolti, dimostrando che, al della cortina fumogena, questa Città non cresce, non si sviluppa, che la sua economia regredisce e che, soprattutto, ogni giorno il tessuto sociale viene avvelenato dall’ingiuria gratuita, dall’accusa lanciata nel mucchio, generica , allusiva, generatrice di odio e di rancore che dai padri sarà trasmessa ai figli. Altro che “Terra dei fuochi”!

Su questa base si dovrà costruire in Consiglio comunale una maggioranza politica.

E, per “il re nudo” non ci sarà più scampo. Sarà “carta conosciuta”.

Un’ultima osservazione. Ho avuto modo di ascoltare la registrazione dell’intervento di Dario Abbate in Consiglio comunale. Veramente intenso e solido, appassionato e ricco di spunti. Mi è piaciuto. C’è una parte, però, che mi è piaciuta meno e che non mi sento di condividere. Mi riferisco alle sue poco velate accuse, ad allusioni sorrette dal nulla, ribadite in un post il giorno successivo….” non tutti sono uomini di parola………” ecc.

Espressioni sicuramente giustificate dalla delusione ma poco accorte sulla bocca di un dirigente politico del suo calibro.

A questo punto torno all’introduzione di questa riflessione e pongo alcune domande.

Qual è il porto verso il quale ci si vuole dirigere ?

Si è interessati solo a storie personali e a fortune individuali ? oppure, si vuole costruire con umiltà e generosità una forza politica che sia alternativa nel governo della Città ?

Si pensa che individualmente si hanno poteri “taumaturgici” oppure si è convinti che c’è bisogno di un “noi-partito” forte e coeso ?

Pensiamo che il PD (il discorso si estende anche agli altri partiti) abbia un senso e una “missione” ?

Si ritiene opportuno che esso sia unito? E che, quindi, l’unità sia l’obiettivo primario che i dirigenti debbano porsi ?

Dalle risposta che si danno scaturiscono i comportamenti, (tenendo anche presente, che gli elettori sono abbastanza intelligenti per capire dai comportamenti quali sono le risposte alla domande di cui sopra e, quindi , per dare un giudizio)

Vengo al mio amichevole dissenso con Abbate.

Fino a prova contraria, il comportamento dei consiglieri Frattolillo, Gaglione, Guerriero, Laurenza e Rondello non risulta inficiato da alcuna “transazione”. Anzi, essi, secondo me, hanno tenuto un comportamento politicamente avveduto, serio e corretto.

Avevano necessità di evitare che nei loro confronti si potesse muovere l’accusa di “una congiura di palazzo” (per eterogenesi dei fini, questa, poteva ritorcersi contro di loro) e, nello stesso tempo, mantenere salda l’unità e la compattezza del gruppo.

Agli occhi degli elettori bisognava chiarire bene che la loro non era un’ imboscata tesa a tradimento ma un deciso e motivato dissenso politico.

Un dissenso politico su temi e problemi concreti, su fatti amministrativi di notevole importanza (no ad aumento delle tasse comunali, no al depauperamento del patrimonio comunale, no a spese inutili, sì alla valorizzazione delle risorse umane di cui si dispone ecc.).

Finalmente in un contesto di (presunta) politica, basata sulle contumelie, sulle ingiurie e sulle offese gratuite, questi consiglieri sono passati alla politica vera, a quella che parla dei cittadini e dei loro problemi. Di questo va loro dato atto.

Il loro è stato uno scontro duro ed inflessibile. Alla fine, hanno avuto la meglio : le loro posizioni sono state subite ed accettate ottenendo, comunque, un grande risultato : chiarire la reale natura del “personaggio”.

Con loro bisogna continuare a dialogare nella ricerca di una unità fondamentale per dare alla Città un’amministrazione fatta di persone preparate e responsabili.

 

Per concludere: ritengo che a Marcianise , per fortuna, abbiamo persone politicamente preparate ed amministrativamente competenti. Bisogna valorizzare queste potenzialità. Questo si può fare solo se mettiamo in campo disponibilità, empatia e generosità.

Se si vuole veramente bene alla città e se si è convinti delle idee e dei valori di cui si è portatori, occorre :

– unire le forze, abbandonando “ripicche” e contrasti personali “

– ritornare alla “politica vera”, quella che non si risolve nell’offesa e nella contumelia, ma che mette al centro della propria riflessione i problemi reali e le necessità concrete dei cittadini.

– restituire valore ad un partito, aperto e democratico, strumento di confronto e di partecipazione e democrazia.

Questo potrebbe essere il “porto”.

La rotta da seguire dovà essere il frutto di un lavoro fatto insieme.

 

Dittatura democratica

” Nessuna dittatura è durata a lungo. Innanzitutto perchè un uomo non può comandare un regno da solo, ma si deve servire di collaboratori e di familiari , e chiunque sia al servizio di un potente, per quanto in una posizione di forza , finisce per odiarlo…”                                                                                                                                                                                                                              (Vittorino Andreoli : “Il rumore delle parole” ).

“Esistono casi di “dittatura democratica”. I due termini sono o dovrebbero essere in contraddizione tra loro ma non è sempre così. Sto parlando di dittature mascherate, dove il dittatore sceglie, per dominare, il sistema democratico, svuotandolo però del suo significato originale . ….Tutto parte da un paranoico, da un vero dittatore con il culto della personalità, una stima di sé all’eccesso, tratti deliranti e in qualche momento soggetti a sconfinamenti nel vero e proprio delirio di grandezza.                                              digrandezza.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   Si attornia di fedeli, scelti non per la corrispondenza di programmi politici, ma sul piano della devozione, della dedizione totale, e costituisce una corte che lo ama, ricevendo in cambio una quantità di vantaggi a cui è difficile rinunciare. Insomma si forma un vero caporalato disposto a tutto, in grado solo di eseguire e obbedire.”                                                                                      (Vittorino Andreoli : “Il rumore delle parole” ) .

Non mi impressiona il dittatore ma la corte supina e belante.

 

Quando gli Italiani erano “negri”

Chi ha subito ingiustizie nel passato, chi ha pagato sulla propria pelle la cattiveria degli altri,  chi, nel passato, come essere umano è stato vittima dell’odio derivante da pregiudizi e da razzismo, dovrebbe essere nella posizione giusta per comprenderne e, nello stesso tempo rifiutarne e denunciarne l’assurdità e l’irrazionalità .

Nel passato gli Italiani, costretti dalla fame e dalla miseria ad emigrare in Paesi stranieri, furono oggetto di spregevoli pregiudizi e di un feroce razzismo.

Ne ricordiamo solo alcuni:

Negli Stati Uniti.

1) In una società costruita sull’idea della superiorità dei bianchi anglo-sassoni si diceva che gli Italiani non erano del tutto bianchi, ma avevano nelle vene quella che i razzisti americani chiamavano “la goccia nera”.

– Significativo il caso del famoso processo “Alabama versus Rollins”. Un uomo di colore , tale Jim Rollins, fu condannato in primo grado per il reato di “miscegenation ( reato di mescolanza di razze) per aver avuto rapporti sessuali con una donna bianca. Rollins appellò la sentenza portando come difesa il fatto che la donna con cui aveva avuto il rapporto “ non era bianca ma italiana” e precisamente siciliana. La Corte, per il pregiudizio della “goccia nera” del sangue della donna, accolse la tesi difensiva e il Rollins fu assolto in secondo grado.

– Altrettanto significativo il caso del linciaggio degli Italiani a New Orleans.                                                                                                        Nel 1891 venne assassinato in un’imboscata il capo della polizia di New Orleans. Il sindaco ordino’ alla polizia “arrestate ogni italiano che incontrate!”. Si diede piu’ peso all’ipotesi del delitto mafioso, che non a quella del delitto politico.                                                              Al processo il pubblico ministero non riusci’ a produrre elementi e prove sufficienti per far condannare il gruppo di Italiani. Il giorno dopo, il 14 marzo 1891, migliaia di cittadini di New Orleans gridando “impicchiamo i dagos” assalirono la prigione dove gli Italiani erano detenuti e ne uccisero 11: alcuni con armi da fuoco, altri impiccandoli, altri ancora a bastonate.

2) Il presidente Usa Richard Nixon intercettato nel 1973, affermò: “Non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso. Il guaio é che non si riesce a trovarne uno che sia onesto“.

In Australia , a proposito degli Italiani, si parlava “dell’invasione della pelle oliva” E ancora una razza inferiore” ; “ una stirpe di assassini, anarchici e mafiosi“.  Gli italiani non si lavano, puzzano d’aglio, si addensano anche in dieci in una stanza, usano in modo indecente il gabinetto, rubano, chiedono l’elemosina in modo insistente, suonano rudimentali strumenti accompagnandosi a scimmie o topi ammaestrati, sfruttano i bambini per suscitare pietà quando non li spingono a prostituirsi

– Dall’Ufficio immigrazione venivano schedati “Coloured, Semi-White oppure Olive

– Nel 1934 le case abitate dai provenienti dal Sud Europa vennero incendiate e gli Italiani, gli Jugoslavi e i Greci dovettero scappare dalla città

In Svizzera Ai nostri connazionali non era consentito neanche l’accesso alla sala d’aspetto di terza classe nelle stazioni ferroviarie.

Francia

Alla fine dell’800 gli Italiani furono vittime di autentiche persecuzioni a sfondo razzista.                                                                         L’episodio più grave si ebbe ad Aigues-Mortes, nel sud della Francia. Qui gli Italiani trovavano da lavorare come operai nelle saline. Erano mal tollerati dai locali perché erano ritenuti “ladri di lavoro” A seguito di una rissa sul posto di lavoro tra Italiani e Francesi , corse voce che dei Francesi erano morti. Da qui nacque una vera e proprio caccia all’umo contro gli immigrati Italiani. Fu una vera e proprio strage. Il “Times” parlò di cinquanta immigrati Italiani uccisi e un centinaio di feriti.

 

Da queste esperienze dovremmo essere nella condizione giusta per comprendere l’assurdità e l’irrazionalità dei pregiudizi e del razzismo. Considerato che un trattamento disumano noi Italiani l’abbiamo subito nel passato, proprio noi dovremmo tentare, nel pieno rispetto di norme e regole precise, di essere più umani e trattare con dignità tutte quelle persone che scappano dalla guerra o da altre situazioni di povertà.

Purtroppo abbiamo una memoria labile

Nel suo romanzo “Babbitt” del 1922  lo statunitense Harry Sinclair Lewis, premio Nobel per la letteratura, fortemente critico nei confronti dei costumi , degli stereotipi e del perbenismo borghese della classe media americana, con forte spirito satirico, affermava un’altra cosa che dobbiamo fare… è tenere quei dannati stranieri fuori dal Paese. Grazie a Dio stanno mettendo un limite all’immigrazione. Questi dagoes devono imparare che questo è il paese dell’uomo bianco e che non sono desiderati qui ”                                                                                                                                                                                                                                                      I “dagoes”, indesiderati, era un soprannome dispregiativo per indicare gli Italiani (“day goes” , cioè,pagati a giornata)

 

Dopo 100 anni sono quasi le stesse parole che un ministro della Repubblica italiana, riserva agli immigrati Africani , dopo che le stesse parole, una diecina di anni prima, le aveva riservato ai meridionali emigrati al nord.

La storia è sviluppo d’ideali, avanzamento di civiltà, progresso di umanità.

Con questo personaggio la storia torna indietro !!

La conoscenza e la consapevolezza delle cause e delle ragioni delle sofferenze patite, porta a rifiutarle, ad evitarle.  Quando questo avviene, la storia avanza.

Quando se ne perde il ricordo la storia torna indietro.